Felsina - Bononia - Bologna


Le Leggende

La nascita di Bologna:
Fero e Aposa
Esistono varie leggende sulla nascita della città. La più suggestiva è quella di Fero. Questo sarebbe giunto dall'oriente approdando nella zona di Ravenna con un folto seguito. Li giunto lasciò sul posto quasi tutti i compagni di avventura e con alcuni si inoltrò nel territorio sconosciuto facendosi largo nella selva. Giunto in una pianura attraversata da un fiume che lo soddisfaceva si fermò e costruì un agglomerato di capanne per lui e il suo seguito. Le famiglie crebbero e con esse anche le capanne che vennero a formare un vero e proprio villaggio a cavallo del torrente. Per attraversarlo senza problemi Fero costruì un ponte con blocchi di arenaria, ponte che assunse il nome del suo costruttore "Ponte di Fero" che in seguito erroneamente venne nominato ponte di ferro.
Questo ponte sembra che si trovasse nella zona in cui ora è via Farini di fronte alla sede centrale della Cassa di Risparmio.
Un giorno Aposa, moglie di Fero, annegò nel torrente mentre faceva il bagno e da quel momento il fiume ne assunse il nome.
La città crebbe e Fero, nonostante l'età avanzata, pensò bene di dotarla di mura difensive. Ebbene un giorno mentre era intento a questo lavoro, accaldato dal sole estivo, la figlia Felsina gli si avvicinò con un recipiente colmo d'acqua dicendogli: "Ho avuto in sogno un segno Divino. Ti darò da bere solo se soddisferai quanto mi è stato predetto, cioè se darai alla città il mio nome.". E così la cittè fu chiamata Felsina

Un'altra leggenda parla dell'umbro Ocno, che fondò un villaggio dove ora sorge Bologna

Altri parlano del re etrusco Felsino, discendente di un altro Ocno, che diede il nome alla città dopo averla fondata nel 1178 A.C., cioè 435 anni prima della fondazione di Roma. Successivamente il nome venne cambiato in Bononia dal di lui figlio Bono Bianoro. Secondo Virgilio (10░ libro dell'Eneide) Bono Bianoro mandò un contingente della sua gente (abitanti di Bononia o di Mantova che nel frattempo aveva fondato?) in aiuto di Enea nella guerra contro Turno.

La Torre Asinelli: le due torri Asinelli e Garisenda
Si narra che all'inizio del XII secolo viveva a Bologna un giovane, che di mestiere trasportava sabbia e ghiaia dal fiume Reno ai cantieri della città, che era soprannominato Asinelli a causa degli asini che usava per trainare il suo carro.
Un giorno, girando per la città, vide una bellissima fanciulla affacciata ad una finestra e se ne innamorò perdutamente. Alla sua richiesta di matrimonio il padre della ragazza, appartenente ad una ricca e nobile famiglia, per schernirlo, affermò che gli avrebbe concesso la mano della figlia solo se avesse portato in dote la torre più alta della città.
Il giovane si allontanò sconsolato ma un giorno, mentre procedeva lungo il fiume, vide qualcosa che luccicava, si fermò per osservare meglio e si accorse che erano monete d'oro, si mise a scavare e trovò un tesoro.
Corse subito a cercare un capomastro e gli ordinò la costruzione della torre che fu terminata in nove anni così che il giovane Asinelli poté sposare la sua bella.
C'è anche ci sostiene che la torre sia stata costruita in una sola notte per opera del Diavolo (confrrontare detta storia con quelle relative a tutti i «Ponti del Diavolo» sparsi per l'Italia)

La Torre Garisenda:
Anche la vicina torre ha la sua brava leggenda. Si narra che la torre sia parzialmente crollata durante la costruzione poiché la famiglia committente voleva che si attorcigliasse a spirale intorno alla vicina Asinelli. Naturalmente é provato che la pendenza della torre fu dovuta ad un cedimento del terreno.

Re Enzo:
Enzo, re di Sardegna e figlio naturale dell'Imperatore Federico II, venne catturato dai Bolognesi nella battaglia di Fossalta nel 1248 e rimase imprigionato fino alla sua morte avvenuta nel 1272.
La sua fu una prigionia leggendaria all'interno del palazzo che porta il suo nome e alimentò molti aneddoti. Si racconta che il padre offrisse ai Bolognesi, per la libertà del figlio, una quantità d'oro sufficiente a circondare le mura della città (cosa impossibile poiché l'Imperatore morì l'anno successivo alla cattura del figlio e non ebbe il tempo materiale per fare l'offerta).
Si fanno risalire ad Enzo anche le origini della famiglia Bentivoglio, infatti si parla di un figlio avuto con la bella Lucia Viadàgola che il re soleva salutare dalla finestra con le parole "anima mia, ben ti voglio" da cui il nome Bentivoglio dato al fanciullo.
Anche i tedeschi alimentarono le leggende sulla prigionia dicendo che il re era incatenato con catene d'oro, mentre molto probabilmente veniva rinchiuso solo di notte per impedirne la fuga mentre di giorno era libero di ricevere amicizie sia maschili che femminili; si ritiene che gli fosse concesso anche di passeggiare nella piazza sottostante.
Si narra anche di un tentativo di fuga con l'aiuto di un fornaio (o di un vinaio) all'interno di una gerla del pane (o di una brenta nel secondo caso). La fuga fu sventata da una donna al balcone che vide una ciocca di capelli biondi svolazzare dal bordo del recipiente e si mise a gridare "Scappa! Scappa il Re!". Il comune, per ricompensa, diede alla donna la facoltà di assumere il nome nobiliare di Scappi, famiglia realmente esistita infatti è il nome della prima torre a destra di via dell'Indipendenza. Questo episodio è rappresentato in due delle formelle che adornano le colonne del palazzo del Podestà

Virginia Galluzzi:
Anche Bologna può vantare più di una storia di amori contrastati quale quello raccontato da Shakespeare in «Romeo e Giulietta».
Questa storia si allaccia ai contrasti esistenti fra le fazioni dei Geremei (Guelfi) e dei Lambertazzi (Ghibellini).
La famiglia Galluzzi è ricordata come una delle più turbolente di parte geremea ed aveva come irriducibili nemici di parte ghibellina i componenti dela famiglia Carbonesi. Ebbene, come nella sopra ricordata tragedia, Virginia Galluzzi e Alberto Carbonesi si innamorarono e si sposarono segretamente. I due sposi furono scoperti nottetempo dal padre della sposa che, assieme ai suoi accoliti, trucidò Alberto e vari sui famigliari. Virginia disperata si impiccò al balcone della casa dei Carbonesi.
Altra storia simile riguarda Imelda Lambertazzi e Bonifazio Geremei, da cui Gaetano Donizetti trasse spunto per il melodramma «Imelda de' Lambertazzi», episodio ricordato anche da Gregorio Casali nel suo poemetto in dialetto bolognese «Bulògna travajâ dal guêrr zivil di Lambertazz e di Geremì» pubblicato nel 1827.
Le disavventure di Imelda e Bonofazio somo riportate anche da Defendente Sacchi nel suo romanzo «I Lambertazzi e i Geremei o le Fazioni di Bologna nel secolo XII» pubblicato nel 1830.

La Gioconda è stata dipinta a Bologna?
La storia ci dice che nel 1515 Leonardo da Vinci e Filiberta di Savoia, al seguito del re di Francia Francesco I, furono ospitati a Bologna nel palazzo Felicini in via Galliera.
Ebbene la leggenda vuole che Leonardo abbia dipinto la Gioconda proprio in quell'occasione prendendo come modella Filiberta e non, come vuole la tradizione, Lisa di Francesco Giocondo..

Le origini petroniane della Punzella d'Orléans:
Il famoso studioso d'araldica ottocentesco Giovanni Battista Crollalanza (Fermo 1819 - Pisa 1892) avanza l'opinione che Giovanna Darco sia di origine bolognese in quanto figlia del fuoriuscito politico Ferrante Ghisilieri e di sua moglie Bartolomea Ludovisi.
Secondo Crollalanza il Ghisilieri si rifugiò in Francia nel 1401 dove assunse il cognome Darco. Ivi i coniugi Darco ebbero tre figli, fra cui Giovanna.

Le tre frecce:
In un angolo annerito del soffitto del portico di Casa Isolani, posta al n° 19 di strada Maggiore, guardando attentamente si possono notare tre frecce. Ciò ha sempre fatto fantasticare i bolognesi su fatti d'arme avvenuti in epoche remote.
Vi sono due leggende che le riguardano:
  1. Un nobiluomo, per vendicarsi della moglie traditrice, decise di farla uccidere e per questo inviò tre arceri. Vista la donna alla finestra i sicari la presero di mira, ma ella fece cadere il mantello mostrandosi ignuda. I tre uomini, distratti dalla scena, mancarono il bersaglio.
  2. Una lite scoppiata tra due nobili si consluse con alcune frecce scoccate in maniera alquanto imprecisa.
A quanto pare non sono altro che tre canne messe da qualche burlone durante una ristrutturazione avvenuta a metà dell'ottocento.

La Madonna di San Luca:
La leggenda racconta che il pellegrino greco Teocle Kmnega ricevette dai canonici di santa Sofia a Costantinopoli un'immagine della Vergine, dipinta da san Luca, con la promessa di portarla sul colle della Guardia. Egli non aveva la più pallida idea di dove potesse essere detto colle, ma una volta giunto a Roma gli fu riferito che si trovava nei pressi di Bologna dove la tela venne portata nel 1160.
Un'altra leggenda riguarda l'origine del portico di San Luca. Si narra che una volta, nel giorno dell'Assensione, non fu possibile riportare la sacra immagine sul monte della Guardia causa la pioggia torrenziale. L'immagine della Madonna rimase chiusa per la notte nella cattedrale di san Pietro, però la mattina successiva era sparita poiché durante la notte era risalita da sola al Santuario sotto la bufera protetta dagli alberi che si erano piegati creando un lungo tunnel. Questo episodio dette origine all'idea di costruire il portico più lungo del mondo.

Miracolo del Baraccano:
Nel 1511 la Lega Santa (alleanza formata da Venezia, Spagna e Papa) prese d'assedio Bologna per cacciare Annibale Bentivoglio che si era impossessato della città con l'aiuto delle truppe francesi di Luigi XII.
Durante questo assedio gli Spagnoli (in maggioranza nella Lega) non riuscendo ad espugnare la città nonnostante il continuo bombardamento effettuato da posizione favorevole (San Michele in Bosco e colline limitrofe) decisero di minare le mura al Baraccano.
Quando fecero brillare la mina, la tradizione narra che sia le mura che la retrostante chiesa saltarono in aria con un grande boato e un gran polverone, permettendo agli Spagnoli di vedere il grran numero di armati appostati per la difesa della città, dopo di che tutto tornò nelle condizioni originali.
Gli Spagnoli a questo punto desistettero dall'assedio e i Bolognesi gridarono al miracolo.
Su questo esodio Francesco Guicciardini scrisse:
"... e il Navarra fece dare il fuoco alla mina, la quale con grandissimo impeto e romore gittò talmente in alto la Cappella che per quello spazio che rimase fra il terreno e il muro gittato in alto fu da quegli che erano fora veduta apertamente la città dentro e i soldati che stavano preparati a difenderla, ma subito facendo in giù ritornò il muro intero nel luogo medesimo onde la violenza del fuoco l'avea sbarrato e si ricongiunge insieme come se mai non fosse stato mosso onde non si potendo assaltare da quella parte i capitani giudicarono non si potesse dare solamente dall'altra. Attribuiscono quello caso i Bolognesi a miracolo ritenendo impossibile che senza l'aiuto divino fosse potuto ricongiungersi così appunto nei medesimi fondamenti, onde fu poi ampliata quella medesima Cappella e frequentata con piccola devozione dal popolo.."
Indubbiamente l'assedio e la mina sono fatti storici, la pratica di minare le mura era cosa giÓ utilizzata anche prima dell'avvento della polvere da sparo e appunto polvere da sparo fu utilizzata dagli Spagnoli. Evidentemente lo scavo fu troppo superficiale e l'esplosione trovò: una via di fuga testimoniata anche dal forte boato udito e dal grande polverove alzatosi contemporaneamente; se la mina fosse stata piazzata in maniera corretta e fosse esplosa sotto terra si sarebbe udito un rumore sordo e il polverone si sarebbe alzato dopo il crollo delle mure. Invece così nel polverone ognuno potè vedere quello che voleva.

L'invenzione del Tortellino: È nota la diatriba tra bolognesi e modenesi sulla paternità del tortellino.
Ebbene una leggenda, ai margini del poema «La Secchia Rapita» di Alessandro Tassoni, narra che una sera Venere, Bacco e Marte, che parteggiavano per i Modenesi, si fermarono in una locanda di Castelfranco Emilia. L'oste, vedendo fortuitamente l'ombelico della bella ospite, ne rimase talmente colpito che, recatosi in cucina, creò con pasta sfoglia e ripieno di carne questa prelibatezza a somiglianza di esso.
Questa storia è raccontata dall'architetto Giuseppe Ceri nel poemetto L'ombelico di Venere.

Altra versione della leggenda è la seguente in cui si sostituisce a Venere una Marchesa.
Si racconta che in una locanda di Castelfranco dell'Emilia, allora sotto Bologna, giunse una splendida Marchesina. Il cuoco dell'osteria, attratto da tale bellezza, spiò la donna dalla serratura e rimase colpito... dal suo ombelico. Quando arrivò il momento di preparare la cena, l'abile chef formò, con sfoglia e ripieno di carne, una nuova prelibatezza, ispirandosi proprio a quel nobile ombelico

Si narra anche che un cuoco, nel 1095. inventò questa pietanza volendo consegnare ai primi crociati che partivano da Bologna un ricordo della città.

Altra leggenda narra che siano stati creati dal cuoco dell'antipapa Alessandro V morto a Bologna per avvelenamento nel 1410.

Parimenti in un'altra storia la nascita del tortellino è datata 1821. Si narra che una non meglio identificata signora Adelaide, moglie di un notaio abitante in Corte Galluzzi, dovendo preparare una cena per certi importanti personaggi invitati dal marito per ottenere non so che favori, abbia presentato questa sua nuova creazione gastronomica ottenendo immediato successo. La storia non dice se il marito abbia ottenuto ciò che desiderava. Purtroppo questa versione dell'invenzione ci fa perdere la poesia della forma dell'ombelico di Venere o della Marchesina

A parte le leggende notizia certa su questa prelibatezza risale al 1570, anno in cui un Cuoco bolognese (forse Bartolomeo Scappi, cuoco di Pio V) fece stampare un migliaio di ricette tra cui c'era pure quella dei tortellini.
Nella biblioteca dell'Archiginnasio è conservato un manoscritto di cucina, il Codice 158 della fine del '300, in cui si parla già di tortellini


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