Pochi, camminando sotto i portici di Bologna, suppongono di avere sotto i piedi una città d'acqua.
Infatti Bologna oltre ad essere attraversata dal torrente Aposa, fin dal XII secolo possiede anche una fitta rete di canali
artificiali derivati, tramite chiuse, dai fiumi Reno e Savena.
Queste importanti opere idrauliche furono realizzate per vari motivi:
- rifornimento idrico della città per usi domestici;
- per difesa alimentando i fossati che cingevano le mura della città;
- fornire energia idraulica ai mulini dei vari opifici posti all'interno della città quali macine da grano, da rizza
(concime ottenuto frantumando corna e zoccoli d'animali), da galla (per ottenere tannino) e mulini da seta;
- per usi undustriali quali conceria pelli, cartiere e lavorazione dei tessuti (tintorie).
Bisogna considerare la disposizione geologica di Bologna che, presentando un dislivello, da Sud a Nord, di 39 metri (76 m sul
livello del mare a porta d'Azeglio contro 37 m al porto fluviale), favorisce un rapido deflusso delle acque in grado di creare
energia cinetica per muovere le pale dei muluni.
Già nel '300 entro Bologna vi erano 37 mulini che divennero 500 nel 1700, la maggior parte dei quali da seta.
Il Torrente Aposa è l'unico corso d'acqua naturale che attraversa la città, era noto sin dall'era del ferro
e la civiltà villanoviana nacque sulle sue sponde. L'attuale percorso urbano del torrente è praticamente
coincidente con l'alveo naturale.
Entra in città fra le porte Castiglione e San Mamolo, ove esiste tuttora il Serraglio dell'Aposa, e prosegue in linea
retta fino a via del Pallone ove si immette nel canale delle Moline con cui affluisce nel canale Navile. Tutto il percorso
è stato coperto a partire dal tardo Medioevo ed ora il canale scorre in una galleria lunga 7 chilometri.
Dal 1995 si è provveduto ad effettuare lavori di risanamento ed ora è possibile visitare parte di questa galleria
alta 3-4 metri in cui è visibile l'arco del ponte romano sulla via Emilia sotto l'attuale via Rizzoli.
Il Canale Savena fù realizzato, a spese del comune, a partire dal XII secolo. Le sue acque furono derivate, per mezzo di
una chiusa, dal torrente omonimo in località san Rufillo. La chiusa è tuttora visibile passando sul ponte del
Savena a san Rufillo. Il canale, dopo aver alimentato vari mulini non più attivi lungo via Murri e aver ricevuto l'acqua
di vari affluenti che scendono dalle colline, attraversa i giardini Margherita, entra in città sotto porta Castiglione e
corre parallelamente al canale Aposa per poi immertervisi all'altezza dell'incrocio tra via del Castello e via san Domenico.

La costruzione di questo canale fu necessaria sia per poter aumentare le macine da grano che per alimentare il fossato posto
all'esterno della cerchia muraria dei «Torresotti».
Anche questo canale è ora completamente tombato ma una volta scorreva all'aperto come tutti i canali in città.
Infatti Bologna era nota come la Venezia del centro e possedeva una trentina di ponti fra cui alcuni levatoi.
L'attuale via Castiglione non era altro che l'alveo dell'Aposa infatti gli anelli in ferro murati su palazzo Pepoli non
servivano, come mi dicevano da bambino, per legare i cavalli, forse saranno stati usati anche per questo scopo dopo la tombatura
del canate, ma bensì per ormeggiare barche e chiatte.
Il Canale Reno prende origine dalla chiusa sul fiume Reno a Casalecchio. Non è nota la data della sua costruzione,
si sa solo che fu realizzata da privati cittadini proprietari delle acque del Reno, i così detti «ramisani».
Il comune di Bologna acqustò il diritto di derivare acqua dalla chiusa assumendone l'onere della manutenzione.
Successivamente si provvide a costruire una chiusa più ampia per poter derivare una maggior quantità d'acqua.
Per secoli la chiusa di Casalecchio rappresentò un grosso problema di manutenzione poiché spesso le piene
arrecavano grossi danni al manufatto. Nel 1567 il papa Pio V emanò un Breve in cui ordinava non solo la ricostruzione
della chiusa e delle opere connesse ma anche che le spese di mantenimento venissero per sempre suddivise fra gli utilizzatori
delle acque derivate. La grande chiusa, costruita su disegno di Jacopo Barozzi (Il Vignola), è considerata uno dei
maggiori lavori di idraulica del periodo nonché la più grande diga realizzata in muratura prima dell'avvento del
cemento armato. Nel 1861 l'acqua del Reno era ancora la principale fonte di energia utilizzata dalle industrie bolognesi.

Il canale giunge in città da Ovest alla Grada, poi prosegue lungo via della Grada e via riva di Reno. Giunto all'altezza
di via Marconi si suddivide in due rami:
uno prosegue verso Est dando origine al Canale delle Moline
l'altro punta verso Nord formando il Canale Cavaticcio che serviva per alimentare il porto Navile posizionato in fondo
a via del Porto subito dentro la cerchia delle mura. Lungo il Cavaticcio sorsero vari muluni da grano grazie ad un salto di 14
metri, in Largo Caduti del Lavoro, che ora è utilizzato da una centrale idroelettrica sotterranea che produce 8.200.000
KWh l'anno.
Tutte le acque di questi canali infine vengono convogliate alla Bova (in via Bovi Campeggi) per alimentare il canale Navile che,
con una serie di chiuse, permetteva di raggiungere in nave il Po a Ferrara e, quindi, il mare.
Anche il canale Reno fù completamente coperto negli anni '50, attualmente il suo percorso è evidenziato dal
parcheggio posto al centro di via riva di Reno. Ultimamente ne è stato scoperto un breve tratto per posizionare un pettine
meccanico per togliere materiali solidi trascinati dalla corrente che potrebbero danneggiare le pale della turbina della centrale
idroelettrica del Cavaticcio.
Il Canale delle Moline formatosi all'altezza di via Marconi con parte dalle acque de canale Reno, prosegue il suo corso
verso Est lungo via riva di Reno, poi parallelamente a via Augusto Righi per deviare a Nord lungo via Capo di Lucca.
Superata la cerchia dei viali di circonvalazione (le antiche mura) si unisce alle acque provenienti dall'Aposa e dal Savena per
poi deviare a Ovest per andarsi a immettere nel Navile alla chiusa della Bova.
Anche questo canale è quasi completamente coperto tranne piccoli tratti visibili da un giardino pensile in via Capo di
Lucca e da una finestrella in via Piella.
Le Chiaviche costituivano il sistema di distribuzione dell'acqua per alimentare i vari mulini posti in città.
Potevano essere sia scoperte che in condotte sotterranee. Normalmente ve ne erano due poste ai lati delle strade, per alimentare
le varie ruote poste negli scantinati, oltre ad una centrale ad un livello più basso,
i chiavicotti, per la
raccolta dell'acqua che aveva già lavorato.
Il Canale Navile fù costruito nel 1208 e costituiva la via preferenziale ai traffici commerciali tra Bologna,
Ferrara e Venezia. Il porto, che sorgeva in città fino ai primi anni del XX secolo, nel Medioevo era considerato uno dei
maggiori porti fluviali d'Italia e Bologna era dotata di una notevole flotta tale da sconfiggere la stessa Venezia nella
battaglia navale di Primaro.
Il Navile, alimentato dai canali in uscita dalla cillà, per superare il dislivello tra Bologna e Corticella, fu dotato di
una serie di chiuse (dette "sostegni") una delle quali (la chiusa del Battiferro) è attribuita al genio di Leonado
da Vinci.
Quello di Corticella è l'ultimo porto rimasto attivo fino al 1952 dopo di che è cessata la navigazione sul Navile
e le sue acque ora servono solo per uso irriguo.
L'Acquedotto Romano, è una delle più importanti opere idrauliche realizzate nel 30 a.C.. I romani hanno
disseminato i territori del loro vasto impero di acquedotti, tutti fuori terra e spesso aerei sostenuti da lunghe stilate di
colonne, però questo ha la particolarità unica di essere completamente in cunicolo, scavato in parte nella roccia
e in parte nel terreno permeabile rinforzato con opere murarie e intonaco per garantirne l'impermeabilità. Esso partiva da
un pozzo nel Setta e, attraverso un cunicoilo lungo 18 Km con una pendenza di 1,5‰, largo dai 60 ai 90 cm e alto 190 cm,
giungeva a Bologna in una cisterna nella valle del Ravone da cui, attraverso le fistole (tubi in piombo) l'acqua veniva
distribuita alle terme e alle abitazioni civili. Questa opera fu mantenuta in efficiena fino all'alto Medioevo quando, cessate,
in seguito alle invasioni barbariche, le necessarie opere di controllo e manutenzione, alcune frane otturarono il cunicolo.
L'acquedotto andò in dimenticanza e solo un migliaio d'anni dopo, nel 1881, grazie all'opera dell'ing. Zannoni, si
potè veder zampillare l'acqua del Setta da una fontana, costruita per l'occasione, in piazza Maggiore. Tuttora l'acqua
dell'acquedotto romano del Setta contribuisce al fabbisogno idrico della città.